Il nuovo rinascimento inizia dal talento

Invenzioni-Leonardo-Rinascimento

Il nuovo rinascimento inizia dal talento

Capita spesso di leggere o di sentir parlare di progetti o politiche il cui scopo è quello di replicare il successo della Silicon Valley. Casi come la Thames Valley in Inghilterra, la “Startup City” di Berlino in Germania, la Silicon Oasis in Dubai, sono solo alcuni esempi. Non è detto però che il modello che ha funzionato per la Silicon Valley, possa funzionare anche per gli altri paesi che vogliono diventare il prossimo grande hub di innovazione del mondo, Italia compresa. Questo perché, sebbene gli sforzi per seguire quel modello siano spinti dalle migliori intenzioni, essi potrebbero fallire per il semplice motivo che mancano le condizioni necessarie e il mindset per replicare quell’esperienza che altrove si è dimostrata di successo. D’altra parte, il fenomeno della Silicon Valley è ancora troppo recente per poterne trarre delle lezioni valide e una ricetta applicabile ovunque. E allora, in un momento come questo in cui abbiamo bisogno di idee trasformative, paradossalmente potrebbe essere utile cercare lezioni nel passato per creare e incoraggiare creatività e innovazione. Quanto accaduto in Italia durante il “Rinascimento” offre oggi insegnamenti pertinenti e preziosi come lo erano 500 anni fa. Un periodo straordinario che ha prodotto un’esplosione di creatività e innovazione nelle arti e nella letteratura ma soprattutto idee brillanti e talenti così vibranti che il mondo non ha mai visto prima o dopo.

Questa consapevolezza si sta facendo strada in molti autori ed esperti della materia che paragonano l’attuale Rivoluzione Digitale, che sta trasformando i mercati globali e le nostre vite, ad un nuovo Rinascimento. Ne sono un esempio le numerose pubblicazioni disponibili come il libro “Age of discovery” di Ian Goldlin e numerosi articoli come quello del giornalista americano Eric Weiner su Harvard Business Review  che ci spiegano come, prima di imitare il modello della Silicon Valley, si dovrebbe guardare al Rinascimento per trovare la chiave del successo. Ma che cosa ha reso così speciale questo periodo storico? Eric Weiner ci indica alcuni punti illuminanti per comprendere questo ragionamento:

 

Il talento ha bisogno di sponsor

I Medici di Firenze erano maestri nello scovare talenti e sfruttando la loro ricchezza investivano denaro ed energie su di loro. Tutto ciò aveva lo scopo di accrescere la loro fama, il loro prestigio e la loro grandezza. Massimo esponente della famiglia fu Lorenzo De’Medici, meglio noto come Lorenzo il Magnifico. Si racconta che un giorno, mentre passeggiava per la città, un ragazzo di non più di 14 anni attirò la sua attenzione mentre stava scolpendo un fauno, una figura della mitologia romana. Lorenzo rimase sbalordito sia dal suo talento che dalla sua determinazione a “fare bene” e lo invitò a vivere nella sua residenza, per lavorare e continuare a sviluppare le sue doti trasmettendo anche ai suoi figli l’amore per l’arte e la bellezza. Fu un investimento straordinario, che ha dato buoni frutti: quel ragazzo era Michelangelo. I Medici non spendevano in modo frivolo, ma sapevano riconoscere il genio e non esitarono ad investire le loro risorse per dare lustro alla propria casata. Se facciamo un paragone con il mondo di oggi, quanto è frequente che si investano risorse su giovani promettenti? Gli stati, le organizzazioni e le persone facoltose dovrebbero imparare da questo esempio e adottare un approccio simile, sponsorizzando nuovi talenti come un investimento che può portare sviluppo e crescita con vantaggi per la collettività.

 

I buoni mentor contano

Nella cultura di oggi, le persone di successo tendono a condividere marginalmente le proprie esperienze ed i segreti appresi sul campo. Per di più, si tende a valutare i giovani solo in base all’esperienza che hanno e considerando negativamente i vecchi modelli di apprendimento con cui sono stati formati e che spesso non rispecchiano i reali bisogni delle aziende. I giovani d’altra parte, spinti dall’ambizione non hanno pazienza di aspettare e costruire e vogliono anticipare le tappe abbattendo le dinamiche presenti nell’impresa senza accettare le utili lezioni che potrebbero apprendere dalle persone della stessa. L’esperienza degli innovatori nella Firenze rinascimentale ci suggerisce che tali consuetudini sono un errore. Infatti, alcuni dei più grandi nomi dell’arte e della letteratura dell’epoca, hanno pagato lo scotto dell’apprendimento facendo la gavetta e imparando il loro mestiere al fianco dei maestri. Leonardo da Vinci trascorse un intero decennio come apprendista in una bottega fiorentina gestita da Andrea del Verrocchio, un bravo artista con un buon senso degli affari. Egli pur notando da subito il genio nascente nel giovane, nato da una famiglia “illegittima”, insistette affinché Leonardo cominciasse come garzone della bottega, occupandosi come tutti gli altri dei compiti più umili come spazzare i pavimenti e pulire le gabbie dei polli. (Le uova erano usate per fare pittura a tempera prima dell’avvento dell’olio.) Gradualmente poi il Verrocchio gli affidò una maggiore responsabilità, fino a permettergli di dipingere parti delle proprie opere d’arte. Perché Leonardo è rimasto un apprendista per così tanto tempo? Avrebbe potuto facilmente trovare lavoro altrove, invece valutò determinante l’esperienza acquisita nel polveroso e caotico laboratorio. Troppo spesso, i programmi di mentoring dei giorni nostri, pubblici o privati, non consentono un apprendimento utile e concreto. Dovrebbero invece, come al tempo di Leonardo, comportare relazioni significative a lungo termine tra i mentori e i loro allievi.

 

Il potenziale degli aspiranti leader vale più delle esperienze fatte.

Quante volte ai giovani promettenti si nega un salto di qualità professionale per la mancanza di esperienza? Non fu questo il caso di Papa Giulio II che scelse Michelangelo per gli affreschi della Cappella Sistina nonostante fosse ben Giudizio-Universalelontano dall’essere la scelta più ovvia. Grazie al mecenatismo dei Medici, Michelangelo era diventato famoso come scultore a Roma e a Firenze, ma la sua esperienza pittorica si limitava a piccoli lavori ed era scarsa in termini di affreschi. Tuttavia, il Papa credeva chiaramente che, per un compito così “impegnativo”, il talento e il potenziale fossero più importanti dell’esperienza. La storia ha dimostrato che aveva ragione. Si pensi a quanto questa mentalità differisca da ciò che si fa oggi nel mondo imprenditoriale. In genere si assume o si assegnano compiti importanti solo alle persone o aziende che in precedenza hanno già svolto lavori simili. Un approccio innovativo ci viene suggerito dall’esempio di Giulio II perché assegnare compiti difficili a coloro che non sembrano la soluzione migliore può rivelarsi una scelta di successo. Bisogna imparare a scommettere su cavalli più promettenti ed assumersi dei rischi perché il potenziale guadagno è enorme.

 

Ogni crisi è l’opportunità per una nuova partenza.

L’esperienza di Firenze ci insegna che anche eventi devastanti possono portare benefici sorprendenti e che quanto più grave è il crollo, tanto maggiore sarà lo spazio per ricostruire. Così fu per Firenze dopo la peste. Il Rinascimento della città iniziò solo pochi decenni dopo che era stata decimata dalla Morte Nera. Per quanto orribile fosse, tale evento ne fu in parte anche la miccia in quanto scosse il rigido ordine sociale portando una nuova fluidità che generò direttamente la rivoluzione artistica e intellettuale. Del resto, il momento in cui più intensamente pensiamo alle possibilità di reinventarci da capo è proprio nel mezzo o all’indomani di una crisi. Per innovare bisogna interiorizzare questa lezione e chiedersi costantemente quale opportunità può sorgere in mezzo ad eventi negativi. Ciò spinge a sfruttare la catastrofe per creare qualcosa di completamente nuovo senza mirare a ripristinare un passato glorioso e probabilmente illusorio.

 

La sconfitta può stimolare l’eccellenza

La concorrenza, soprattutto se si esce sconfitti dalla competizione, è lo stimolo necessario per prendere nuove strade e sfidare sé stessi a superarsi. La Firenze rinascimentale era piena di rivalità e faide. I due giganti dell’epoca, Leonardo e Michelangelo, non potevano sopportarsi, ma questo li ha spinti a produrre lavori sempre più eccellenti. La faida decennale tra Lorenzo Ghiberti e Filippo Brunelleschi ebbe lo stesso effetto. Quando Brunelleschi non riuscì a vincere il concorso per la porta del Battistero a Firenze e fu battuto dal Ghiberti, viaggiò a Roma per studiare strutture antiche, come il Pantheon e utilizzò quanto appreso per costruire il simbolo iconico della città, il Duomo. E invece come percepiamo oggi il valore della competizione e della sconfitta nella nostra cultura? Sarebbe saggio fare come nella Firenze rinascimentale e imparare ad apprezzare il valore di una sana competizione, riconoscendo che sia i “vincitori” che i “perdenti”, ma soprattutto la collettività, ne traggono vantaggio.

 

Nuovi volti e nuove idee favoriscono lo sforzo creativo

La Firenze rinascimentale era in grado di favorire il ricambio pur non essendo esattamente una democrazia, perché i suoi leader riconoscevano l’importanza di iniettare facce e idee nuove su base regolare. Ad esempio, lo statuto del comitato che sovrintendeva alla costruzione dell’iconica cupola del Duomo, richiedeva che la leadership cambiasse ogni pochi mesi, indipendentemente dal rendimento del gruppo di lavoro. Sapevano che nulla affievoliva lo sforzo creativo come il compiacimento. In generale i fiorentini (e in particolare i Medici) guardavano alle diverse culture e al passato come fonte d’ispirazione. Inviavano emissari in lungo e in largo alla ricerca di preziosi manoscritti greci e romani antichi. Anche oggi dobbiamo imparare a riconoscere che l’innovazione comporta una sintesi di idee, alcune nuove, altre prese in prestito, e non c’è nulla di sbagliato in questo. Le società che vogliono promuovere l’innovazione devono trovare il modo di istituzionalizzarlo.

—————————–

L’insegnamento di questi sei esempi è che bisogna cambiare mindset e proiettarsi verso il futuro con ottimismo, scommettendo sul valore e le capacità delle persone per creare una società più innovativa. Occorre che le organizzazioni abbandonino i vecchi schemi dove si cerca di “persuadere” gli stakeholder sulla base dei risultati ottenuti in passato (fatturato, clienti, brevetti etc) e non in base ad una visione futura e delle idee creative che dovrebbero far “innamorare” gli investitori. E’ importante che ci sia un’apertura della società e uno sforzo per trattenere i talenti nel nostro Paese e rendere il nostro territorio accogliente nei confronti di chi innova.

Il nostro modello di sviluppo si basa esclusivamente su fattori “razionali” che non favoriscono la crescita delle nostre imprese perché attenti solo ai dati mostrati nei pitch e parametri misurabili che plasmeranno poi tutti gli obiettivi di business. Questo induce spesso la fuga dei talenti dal nostro paese verso altri distretti dove vengono maggiormente valorizzati. Bisognerebbe invece avere il coraggio di guardare oltre i numeri e investire su una promessa, su un sogno, sul talento di un imprenditore e sulla sua capacità di realizzare le cose. Il nostro modello di sviluppo futuro dovrebbe quindi partire dal nostro passato e diventare rinascimentale.

 

SZ

Sandro Zilli
sandro.zilli@yahoo.it

Chief Digital Officer - Management dell'IoT e Industry 4.0

No Comments

Post A Comment